Solo 57.000 nuovi posti di lavoro: il mercato del lavoro USA si raffredda — il Dow segna il record mentre si aggrava il crollo dei chip

Solo 57.000 nuovi posti di lavoro: il mercato del lavoro USA si raffredda — il Dow segna il record mentre si aggrava il crollo dei chip

Per tre mesi Wall Street aveva imparato a temere i rapporti sul lavoro troppo forti. Ogni sorpresa positiva sulle assunzioni alimentava la stessa aritmetica scomoda: lavoro surriscaldato significa salari vischiosi, i salari vischiosi significano inflazione ostinata, e un’inflazione ostinata significa una Federal Reserve pronta a parlare di rialzi dei tassi con gli indici ai massimi storici. Poi, nell’ultima seduta prima del lungo weekend dell’Independence Day, il numero si è finalmente rotto. L’economia americana ha creato appena 57.000 posti di lavoro a giugno — poco più della metà delle attese — e la reazione del mercato ha raccontato tutto sullo strano regime in cui operano oggi gli investitori. Il Dow Jones è balzato di quasi 600 punti su un nuovo massimo storico, e il dibattito sui rialzi, che dominava ogni sala operativa dalle proiezioni «falco» di giugno, si è improvvisamente zittito. Eppure, nella stessa seduta, i semiconduttori che hanno trainato il mercato toro per due anni hanno prolungato una delle discese più brusche dall’inizio del boom dell’intelligenza artificiale. Lavoro che si raffredda, Dow da record, tracollo dei chip, settimana accorciata dalla festività: raramente una seduta ha compresso tanti segnali contraddittori in un’unica campanella.

Il numero che ha spezzato la serie

Il rapporto sull’occupazione di giugno, diffuso giovedì mattina, è risultato debole in quasi tutte le dimensioni che contano. Le buste paga non agricole sono aumentate di 57.000 unità, contro attese di circa 110.000: il mese più fiacco degli ultimi quattro. I dettagli erano, se possibile, peggiori del titolo: maggio è stato rivisto al ribasso a 129.000, e le revisioni cumulate di aprile e maggio hanno cancellato altri 74.000 posti. Il mercato del lavoro è entrato nell’estate con uno slancio sensibilmente inferiore a quanto i dati suggerivano una settimana fa.

Il tasso di disoccupazione, paradossalmente, è sceso al 4,2 per cento. Ma la ragione offre poco conforto: la partecipazione alla forza lavoro è calata dal 61,8 al 61,5 per cento, segno che meno americani lavoravano o cercavano un impiego. Quando la disoccupazione scende perché le persone escono dalla forza lavoro, gli statistici registrano un miglioramento e gli economisti un’erosione. I salari orari medi, intanto, hanno accelerato al 3,5 per cento annuo dal 3,4 per cento: anche un mercato in raffreddamento può alimentare pressioni salariali quando l’offerta di lavoratori si restringe insieme alla domanda.

Un singolo dato debole non fa tendenza, e dopo tre mesi di sorprese al rialzo un contraccolpo era statisticamente atteso. Ma la fisionomia del rapporto — assunzioni fiacche, revisioni negative, partecipazione in calo, salari in accelerazione — è la combinazione che mette a disagio i banchieri centrali, perché sfuma il confine tra una normalizzazione sana e l’inizio di qualcosa di peggio.

Quando le cattive notizie tornano a essere buone

Per capire perché un dato deludente sull’occupazione abbia spinto il Dow su un record bisogna riavvolgere il nastro. La riunione di giugno della Federal Reserve aveva messo sul tavolo fino a tre rialzi dei tassi, con l’inflazione core al 3,4 per cento e un presidente, Kevin Warsh, disposto a remare contro i mercati pur di chiudere la partita con l’inflazione; Bank of America si era spinta a prevedere tre rialzi. In quel mondo ogni dato macro robusto era una minaccia: migliore l’economia, più probabile l’intervento della Fed, più severa la punizione per le valutazioni dilatate dal rally dell’intelligenza artificiale.

Il rapporto di giovedì ha capovolto quella logica — a favore dei mercati, per ora. Secondo lo strumento FedWatch del CME, la probabilità assegnata a un rialzo di un quarto di punto già a luglio è scesa a circa il 34 per cento dopo la pubblicazione, ben sotto i livelli toccati dopo la riunione «falco» di giugno, pur restando molto superiore al 6 per cento circa prezzato a inizio giugno. I mercati attribuiscono ancora una probabilità di poco superiore al 40 per cento ad almeno due rialzi entro fine 2026: il dibattito è stato messo a tacere, non chiuso. Ma per un pomeriggio è bastato. Un lavoro che perde vigore concede alla Fed il tempo di aspettare, e una Fed che aspetta è il sostegno più importante sotto i prezzi azionari a queste altitudini.

C’è un’ironia evidente nel festeggiare dati occupazionali deboli, e gli investitori esperti sanno come può finire il film. La linea tra «abbastanza debole da fermare la Fed» e «abbastanza debole da segnalare una recessione» è sottile, e diventa visibile solo col senno di poi. Per ora, il mercato ha scelto la prima lettura.

Due mercati in uno: Dow da record, Nasdaq in ritirata

I prezzi di chiusura hanno fotografato con insolita nitidezza la doppia personalità del mercato. Il Dow Jones Industrial Average è salito di 594,83 punti, pari all’1,14 per cento, a 52.900,07 punti — nuovo massimo storico, con 24 dei 30 componenti in rialzo. L’S&P 500 ha chiuso praticamente invariato, con una variazione di un centesimo di punto; il Nasdaq Composite ha ceduto lo 0,8 per cento, mentre il Nasdaq 100 è arrivato a perdere il 2 per cento in seduta prima di recuperare parte del terreno.

Sotto la superficie, è la stessa rotazione che ridisegna il mercato dalla fine di giugno, ora potenziata dal sollievo sui tassi. Il denaro affluisce verso la vecchia economia — industriali, finanziari, sanità, titoli da dividendo — le azioni che beneficiano di più quando la minaccia di tassi più alti si allontana, perché le loro valutazioni poggiano sugli utili a breve e non su promesse lontane. Allo stesso tempo, il denaro continua a defluire dal complesso tecnologico le cui valutazioni si sono gonfiate più in fretta durante il boom dell’intelligenza artificiale. Un Dow da record sopra un Nasdaq in calo non è una contraddizione: è l’istantanea di un capitale che cambia idea su cosa possedere nella seconda metà del 2026.

Dentro il crollo dei chip: dal superciclo al vuoto d’aria

In nessun luogo quel cambio di idea è più violento che nei semiconduttori. L’indice Philadelphia Semiconductor ha perso il 5,4 per cento giovedì, portando il passivo di due settimane a circa il 12 per cento. Il danno sui singoli titoli è stato brutale: Micron ha ceduto il 7 per cento, Applied Materials il 7,4 per cento, AMD il 4,3 per cento, Marvell il 9,8 per cento, e SanDisk — una delle scommesse più roventi sulle memorie dell’ultimo anno — è crollata del 14 per cento in una sola seduta. Le vendite non si sono fermate alla chiusura americana: venerdì in Asia, mentre New York dormiva, il Kospi sudcoreano, a forte peso di chip, è precipitato del 7,9 per cento, un ribasso severo abbastanza da evocare gli spettri dei circuit breaker delle crisi passate.

Ciò che rende il movimento notevole è la rapidità del capovolgimento di umore. Mercoledì 1° luglio i titoli dei chip avevano messo a segno un forte rally — Nvidia, AMD, Intel, SanDisk e Marvell tutti in rialzo in apertura di trimestre, con quella che sembrava una nuova ondata di acquisti da momentum. Un giorno dopo, gli stessi nomi guidavano il mercato al ribasso. Nulla di fondamentale è cambiato nella notte: nessun profit warning, nessun ordine cancellato. È cambiata la disponibilità a pagare qualunque prezzo per l’esposizione all’infrastruttura dell’intelligenza artificiale. Dopo un trimestre in cui il Nasdaq ha guadagnato oltre il 21 per cento e i prezzi delle memorie sono quasi raddoppiati, il settore scontava anni di esecuzione impeccabile. Quando il posizionamento è così affollato, l’uscita non richiede cattive notizie: basta che abbastanza operatori decidano di monetizzare nello stesso momento.

La risposta onesta su cosa accadrà dopo è che un ribasso del 12 per cento dell’indice dei semiconduttori è, per gli standard storici, ordinaria amministrazione: correzioni simili o più profonde hanno punteggiato l’avanzata del 2023-2025, ciascuna sembrava la fine del boom, nessuna lo è stata. La differenza, oggi, è il contesto macro: con la Fed ancora ufficialmente in modalità restrittiva e il trade più affollato del mercato in fase di smontaggio, i consueti compratori sui ribassi hanno più ragioni per esitare.

Il paradosso Tesla: trimestre record, peggior seduta in un anno

Se si cerca un singolo titolo che incarni la psicologia attuale del mercato, basta guardare il giovedì di Tesla. La società ha comunicato consegne per il secondo trimestre pari a 480.126 veicoli — record assoluto, +25 per cento su base annua, ben oltre il consenso di circa 406.600 unità. Model 3 e Model Y hanno pesato per il 97 per cento del totale, con 467.762 esemplari, e lo stoccaggio energetico ha installato 13,5 gigawattora, anch’essi sopra le attese. Su qualunque metrica operativa, uno dei trimestri più forti nella storia dell’azienda.

Il titolo è sceso di circa il 7,5 per cento — la peggior seduta in quasi un anno, e il terzo rapporto trimestrale consecutivo sulle consegne accolto dalle vendite. La spiegazione è un caso di scuola sui rally in fase matura. Le azioni erano salite di circa il 13 per cento nelle quattro sedute precedenti, alimentate anche dall’euforia per il traguardo del chip AI5 a inizio settimana: il superamento delle stime era già stato comprato — più volte — prima di essere annunciato. Con un titolo scambiato a un multiplo degli utili superiore a 400, i detentori hanno usato la buona notizia come occasione di liquidità, e le domande su prezzi, margini e costo della spinta finale alle consegne hanno riempito il vuoto. Un’azienda può eseguire in modo superbo ed essere comunque da vendere se il prezzo scontava già la perfezione; lezione che, impartita dal titolo più osservato del mercato mentre i chip cedevano, ha rafforzato il messaggio sui trade affollati.

Cosa significa per l’investitore italiano e per il FTSE MIB

Per chi investe da Milano, la seduta di giovedì conta attraverso canali molto concreti. Il primo è quello dei semiconduttori: STMicroelectronics e Technoprobe si muovono da tempo come satelliti ad alto beta dell’indice di Filadelfia, e un ribasso americano del 12 per cento in due settimane raramente le lascia indenni. Chi detiene i due titoli come proxy italiana del boom dell’intelligenza artificiale deve sapere che il vuoto d’aria di Wall Street si trasmette a Piazza Affari con poca attenuazione, talvolta con amplificazione, come ricorda la seduta coreana.

Il secondo canale è la rotazione verso il value, che gioca a favore della composizione stessa del FTSE MIB. L’indice milanese è strutturalmente povero di tecnologia e ricco di banche: Intesa Sanpaolo e UniCredit appartengono esattamente alla famiglia di titoli — finanziari, generosi di cedole, valutati sugli utili di domani mattina — verso cui il denaro globale sta ruotando da fine giugno. Nella stessa logica si inserisce Leonardo, che unisce il profilo del titolo della difesa a una domanda pubblica poco sensibile al ciclo: il tipo di esposizione premiata quando il mercato riduce il rischio tecnologico senza uscire dall’azionario.

Il terzo canale è quello dei tassi, e per l’Italia è il più importante. Se il dato debole sul lavoro americano raffredda davvero le attese di rialzi della Fed, la pressione sui rendimenti obbligazionari globali si allenta — e con essa quella su BTP e spread, la variabile che più di ogni altra condiziona il costo del debito pubblico e, a cascata, la redditività prospettica delle stesse banche. Un mondo in cui la Fed può aspettare è un mondo in cui la carta italiana a lunga scadenza respira. Infine il petrolio: il calo del greggio sui segnali diplomatici positivi tra Stati Uniti e Iran emersi dai colloqui in Qatar, pur senza una svolta concreta, ha un effetto disinflazionistico che per un Paese importatore di energia come l’Italia vale doppio — meno pressione sui prezzi al consumo, meno argomenti per i falchi delle banche centrali.

Le obiezioni: perché il dibattito sui tassi non è chiuso

Prima di concludere che sia suonato il cessato allarme, vale la pena mettere alla prova la lettura ottimistica. Primo: i salari hanno accelerato proprio mentre le assunzioni rallentavano, e una crescita annua del 3,5 per cento non è compatibile con un’inflazione al 2 per cento se la produttività non collabora. Secondo: il calo della disoccupazione è un’illusione statistica prodotta dalla contrazione della partecipazione; i falchi della Fed osserveranno che una forza lavoro più piccola è essa stessa inflazionistica nel tempo. Terzo: i mercati prezzano ancora una probabilità superiore al 40 per cento di due rialzi entro fine anno, probabilità che tornerebbe a impennarsi con un solo dato forte sull’inflazione. Il rapporto sui prezzi al consumo di metà luglio diventa così il dato più importante del mese, e la riunione della Fed di fine mese arriva con la credibilità del comitato investita nella guidance aggressiva di giugno.

E poi c’è il rischio di coda più cupo: che la debolezza di giugno non sia rumore ma segnale. Buste paga a +57.000, revisioni negative per 74.000 posti e partecipazione in calo sono anche l’aspetto delle prime battute di un rallentamento autentico. Se il lavoro continuasse a decelerare a questo ritmo, la conversazione nelle sale operative passerebbe in pochi mesi da «niente più rialzi» a «quando scendono le stime sugli utili» — una domanda assai meno rialzista. La narrazione dell’atterraggio morbido è sopravvissuta a giovedì; non ne è uscita dimostrata.

Prospettive: una settimana corta e una lunga lista di domande

I mercati americani restano chiusi venerdì per l’Independence Day e riaprono lunedì 6 luglio, lasciando agli investitori un weekend lungo per digerire un quadro genuinamente ambiguo. Il tabellone dice: Dow da record, miglior trimestre dal 2020 appena archiviato, una Fed con copertura fresca per restare ferma, petrolio in calo. Le note a piè di pagina dicono: il settore più importante del mercato è in un ribasso del 12 per cento, il suo titolo più osservato ha subito la peggior seduta in un anno nonostante risultati record, l’ampiezza del rialzo si restringe e il lavoro perde quota a una velocità incerta.

Le prossime quattro settimane costringeranno il mercato a scoprire le carte. La stagione degli utili si apre a metà luglio con le grandi banche, e per la prima volta in due anni i campioni dell’intelligenza artificiale pubblicheranno i conti davanti a un mercato che ha smesso di concedere il beneficio del dubbio. Il rapporto sull’inflazione di luglio convaliderà la calma del mercato obbligazionario o riaccenderà il dibattito sui rialzi, e la riunione della Fed a fine mese rivelerà se le proiezioni di giugno erano un avvertimento o un bluff. I weekend festivi invitano al compiacimento; questo merita attenzione. Il rapporto sul lavoro atteso per tutta la settimana ha consegnato ciò che i rialzisti volevano — e, come quasi tutti i regali del mercato, è arrivato con qualche condizione allegata.

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Daniel Herzog
AUTORE

Daniel Herzog

Fondatore di Butterfly Market Insider

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