Il conto dell’IA arriva a Wall Street: Oracle crolla nonostante ordini record e Adobe non convince neppure con numeri storici

S&P 500 über 7.600 Punkte, JOLTS-Arbeitsmarktdaten und Fed-Zinsentscheid Juni 2026

Ci sono settimane in cui i mercati non si limitano a digerire i numeri: li riprezzano alla luce di una domanda nuova. La domanda, questa volta, è brutalmente semplice: quando l’intelligenza artificiale comincerà a produrre cassa, invece di assorbirla? Giovedì 11 giugno Wall Street ha dato la sua risposta provvisoria, e non è stata gentile. Oracle, che mercoledì sera aveva presentato un portafoglio ordini da 638 miliardi di dollari — in crescita del 363% su base annua — ha aperto la seduta con un tonfo di circa l’11%, è arrivata a perdere oltre il 12% nel corso della giornata e ha chiuso a 184,10 dollari, in calo di circa l’8,5%. Dai massimi, il titolo dista ormai il 25% circa. Un’azienda che annuncia il più grande arretrato di contratti della sua storia viene trattata come se avesse lanciato un profit warning.

Poche ore dopo è toccato ad Adobe completare il quadro. Il gruppo di San Jose ha pubblicato giovedì sera un trimestre da record: ricavi per 6,62 miliardi di dollari, in crescita del 13% su base annua, utili sopra le attese, ricavi ricorrenti legati all’IA triplicati, previsioni per l’intero esercizio riviste al rialzo. La reazione del mercato nelle contrattazioni after hours? Un calo di circa il 5,6%, che si aggiunge a un 2026 già pesantissimo: il titolo perde da inizio anno circa il 30%, schiacciato dal timore che l’IA generativa sostituisca gli abbonamenti a Photoshop invece di venderne di più.

Messe in fila, le due storie raccontano qualcosa di più grande dei singoli bilanci. Il mercato sta punendo entrambe le facce del trade sull’intelligenza artificiale: chi spende per costruire l’infrastruttura, perché la cassa è negativa e la crescita va finanziata con debito e nuove azioni; e chi viene percepito come vittima della disruption, al punto che nemmeno numeri storici riescono a invertire il sentiment. È l’inizio della fase «show me the money» del boom dell’IA. E arriva nel momento peggiore possibile: in una settimana in cui l’inflazione americana è tornata al 4,2% e la Banca centrale europea ha alzato i tassi per la prima volta dal 2023, ricordando a tutti che il capitale, di nuovo, costa.

La settimana che ha cambiato il prezzo del denaro

La violenza della reazione su Oracle e Adobe si spiega solo con il contesto: i risultati sono caduti in un mercato già ferito e improvvisamente molto più sensibile al costo del capitale. Mercoledì 10 giugno gli Stati Uniti hanno pubblicato l’inflazione di maggio: il 4,2%, il dato più caldo degli ultimi tre anni. Il Dow Jones ha risposto con un crollo di 953 punti. Giovedì 11 giugno la BCE ha alzato i tassi di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,25%. È il primo rialzo dal 2023, motivato dalle pressioni inflazionistiche innescate dal conflitto tra Stati Uniti e Iran e dai prezzi dell’energia. Christine Lagarde ha definito la decisione «robust across a range of scenarios», robusta in un’ampia gamma di scenari, guardandosi bene dall’impegnarsi su un percorso predefinito dei tassi.

Tutto questo si somma a un inizio di giugno già traumatico per il settore tecnologico: dopo il dato shock sul mercato del lavoro americano — 172.000 nuovi posti, ben oltre le attese — il comparto dei semiconduttori ha bruciato circa 1.300 miliardi di dollari di capitalizzazione in un violento sell-off. E proprio oggi, venerdì 12 giugno, debutta al Nasdaq SpaceX: ticker SPCX, 135 dollari per azione, una valutazione di circa 1,77 trilioni di dollari, la più grande IPO della storia. In questo scenario, due trimestrali tecnicamente buone sono diventate il pretesto per un regolamento di conti con l’intero trade dell’IA.

Oracle: un trimestre eccellente sulla carta

I fatti di Oracle sono, presi singolarmente, impressionanti. Nel quarto trimestre dell’esercizio fiscale 2026, comunicato mercoledì 10 giugno a mercati chiusi, il gruppo di Austin ha fatturato 19,2 miliardi di dollari, in crescita del 21% su base annua e sopra il consenso degli analisti, fermo a 19,1 miliardi. L’utile per azione non-GAAP è salito a 2,11 dollari, contro attese per 1,96 dollari: un incremento del 24% rispetto a un anno prima. Il motore è il cloud: i ricavi complessivi della nuvola sono cresciuti del 47% a 9,9 miliardi di dollari, e la divisione Oracle Cloud Infrastructure — quella che affitta potenza di calcolo per addestrare e far girare i modelli di intelligenza artificiale — è quasi raddoppiata, con un balzo del 93% a 5,8 miliardi.

Poi c’è il numero diventato il cuore del problema: le remaining performance obligations, cioè il valore dei contratti firmati ma non ancora trasformati in ricavi, hanno raggiunto 638 miliardi di dollari. Si tratta di una crescita del 363% rispetto a un anno fa e di 85 miliardi in più rispetto ai 553 miliardi del trimestre precedente: in tre mesi, Oracle ha aggiunto ordini per un valore superiore a un intero anno del suo fatturato attuale. Eppure il mercato ha smesso di chiedersi quanto è grande la promessa, e ha cominciato a chiedersi quanto costa mantenerla — e chi, esattamente, l’ha firmata.

Il rovescio della medaglia: cassa negativa, debito e diluizione

La risposta alla prima domanda è la cifra che ha fatto più male: il free cash flow dell’intero esercizio 2026 è negativo per 23,7 miliardi di dollari. Oracle incassa più che mai, ma spende ancora di più, perché i data center dell’IA richiedono investimenti enormi e anticipati. Il piano di capex per l’esercizio in corso vale circa 70 miliardi di dollari. E poiché la cassa operativa non basta a coprirli, il management ha messo in cantiere circa 40 miliardi di dollari di finanziamenti aggiuntivi: un mix di debito e capitale proprio che include una vendita di azioni da circa 20 miliardi di dollari. Tradotto per l’azionista: diluizione, e per giunta con titoli da collocare dopo un calo del 25% dai massimi — il momento più costoso possibile per emettere equity.

La risposta alla seconda domanda è, se possibile, ancora più delicata. Secondo gli analisti di Bank of America, oltre il 50% di quei 638 miliardi di portafoglio ordini fa capo a un solo cliente: OpenAI. È un rischio di concentrazione che trasforma la natura stessa del titolo. Comprare Oracle oggi non significa più comprare un fornitore diversificato di software ed infrastruttura: significa, in larga parte, scommettere sulla capacità di OpenAI di onorare per anni contratti di dimensioni senza precedenti. Il mercato, giovedì, ha applicato esattamente questo sconto: ha trattato i 638 miliardi non come ricavi quasi certi, ma come una promessa con un beta molto alto.

Adobe: quando nemmeno un trimestre record basta

Se Oracle incarna i costi del boom, Adobe ne incarna la paura speculare: quella di chi rischia di esserne travolto. Eppure i suoi numeri non offrono alcun appiglio ai pessimisti. Il secondo trimestre fiscale 2026, comunicato giovedì sera, è il migliore della storia del gruppo: ricavi record per 6,62 miliardi di dollari, in crescita del 13% su base annua (più 11% al netto dei cambi) e sopra il consenso di 6,456 miliardi. L’utile per azione non-GAAP è stato di 5,96 dollari contro attese per 5,82, quello GAAP di 4,25 dollari. Soprattutto, i ricavi ricorrenti annualizzati classificati come «AI-first» hanno superato per la prima volta i 500 milioni di dollari, circa il triplo rispetto a un anno fa: la prova, secondo l’azienda, che l’IA generativa sta vendendo abbonamenti, non cannibalizzandoli. Il CEO Shantanu Narayen ha parlato di un trimestre record che riflette «strong AI-driven demand», una domanda fortemente trainata dall’intelligenza artificiale. La società ha persino alzato le previsioni di ricavi e utili per l’intero esercizio, mentre prosegue un programma di riacquisto di azioni proprie da 25 miliardi di dollari.

La reazione? Meno 5,6% nell’after hours. Per un titolo che perdeva già circa il 30% da inizio anno, è una sentenza più eloquente di qualsiasi report ribassista. Il mercato non sta più prezzando i numeri di Adobe: sta prezzando una narrazione, quella secondo cui i generatori di immagini e video e gli strumenti integrati nei chatbot renderanno superflua una parte crescente della suite creativa. Mezzo miliardo di dollari di ricavi «AI-first» è tanto in valore assoluto, ma poco rispetto ai timori, misurato contro un fatturato trimestrale di 6,62 miliardi. Finché quella prova non arriva, ogni trimestre record viene archiviato come una fotografia del passato, non come una indicazione sul futuro.

Il filo rosso: la fase «show me the money» incontra il ritorno dei tassi

Qui sta il punto che rende questa settimana diversa dalle correzioni tecnologiche degli ultimi due anni. Oracle e Adobe sono posizionate agli antipodi del trade sull’IA — una vende pale e picconi, l’altra teme di essere la miniera che si svuota — eppure il mercato le ha punite entrambe, nello stesso ciclo di quarantotto ore, dopo risultati superiori alle attese. Non è incoerenza: è un cambio di regime. Nella prima fase del boom bastava mostrare esposizione all’IA per essere premiati; nella fase attuale bisogna mostrare cassa, e la cassa è esattamente ciò che manca da una parte (Oracle brucia 23,7 miliardi di free cash flow) e ciò che non viene più creduta dall’altra (Adobe la genera, ma il mercato dubita della sua sostenibilità).

Il cambio di regime ha una causa precisa: il prezzo del denaro. Con l’inflazione americana al 4,2% e i rendimenti obbligazionari in risalita, e con una BCE che alza i tassi per la prima volta da tre anni, il modello «costruisci oggi, incassa tra cinque anni» diventa matematicamente più fragile. Un data center finanziato a debito rende meno, a parità di contratti, se il costo del debito sale; un flusso di ricavi promesso per la fine del decennio vale meno, attualizzato a tassi più alti. I 40 miliardi di finanziamenti che Oracle deve raccogliere costeranno più di quanto sarebbero costati dodici mesi fa, e la componente azionaria diluirà di più perché il titolo vale meno. È la stessa logica che ha raso al suolo 1.300 miliardi di capitalizzazione nei semiconduttori a inizio mese: quando i tassi salgono, la duration finanziaria delle scommesse sull’IA — la distanza temporale tra l’investimento e il ritorno — si trasforma da dettaglio tecnico in fattore di rischio dominante.

La lettura da Piazza Affari: Prysmian, Enel, Terna e Reply

Per l’investitore italiano la tentazione è considerare questa vicenda un affare americano. Sarebbe un errore, perché la catena del valore dei data center passa anche da Milano. Il caso più diretto è Prysmian: il gruppo dei cavi è uno dei fornitori chiave delle interconnessioni elettriche e delle infrastrutture di rete che i data center dell’IA richiedono in quantità crescenti. Finché l’onda di capex — i 70 miliardi di Oracle sono solo una voce dell’elenco — continua, Prysmian vende in un mercato in eccesso strutturale di domanda. Ma la lezione di questa settimana vale anche al contrario: se la fase «show me the money» dovesse costringere i giganti del cloud a diluire o rinviare i piani di investimento, i fornitori dell’ecosistema sentirebbero il contraccolpo con un trimestre o due di ritardo. Chi compra la filiera dell’IA europea sta comprando, in ultima analisi, la sostenibilità finanziaria del capex americano.

Discorso analogo per il versante elettrico. La domanda di energia dei data center è diventata uno dei temi strutturali per Enel, come produttore e distributore, e per Terna, che gestisce la rete di trasmissione: ogni megawatt di calcolo aggiuntivo è domanda elettrica che qualcuno deve generare, trasportare e bilanciare. Qui il rialzo della BCE taglia in due direzioni: da un lato le utility regolate soffrono tassi più alti, perché sono titoli a lunga duration con molto debito; dall’altro, la domanda incrementale legata all’IA è uno dei pochi motori di crescita dei volumi elettrici europei. Infine c’è Reply, il caso più «adobiano» del listino: il gruppo torinese di consulenza e software vive di progetti di digitalizzazione e oggi, sempre più, di implementazioni di intelligenza artificiale per le imprese. La domanda che il mercato pone ad Adobe — l’IA moltiplica il tuo fatturato o lo sostituisce? — vale, in forma diversa, anche per i servizi IT: se gli agenti software automatizzano parte del lavoro di consulenza, il modello a giornata-uomo dovrà reinventarsi.

Rischi e controargomenti: perché la tesi ribassista non è una sentenza

L’onestà intellettuale impone di dare voce all’altra campana: la reazione del mercato potrebbe rivelarsi eccessiva in entrambe le direzioni. Su Oracle, i tori hanno argomenti seri: un portafoglio ordini di 638 miliardi di dollari resta un insieme di contratti firmati, non di speranze, e la crescita del 93% di OCI dimostra che la capacità installata viene assorbita appena diventa disponibile. Il free cash flow negativo è una scelta, non una patologia: l’azienda potrebbe ridurre il capex e tornare a generare cassa, al prezzo di cedere quote di un mercato in espansione ai rivali. Anche il rischio di concentrazione su OpenAI può essere letto in positivo: essere il partner infrastrutturale del laboratorio di IA più noto al mondo è una posizione che molti concorrenti pagherebbero cara.

Su Adobe, il controargomento è ancora più lineare: la società cresce a doppia cifra, alza la guidance, triplica i ricavi legati all’IA e riacquista azioni proprie per 25 miliardi di dollari mentre il titolo tratta a valutazioni compresse dal pessimismo. Se la tesi della disruption si rivelasse esagerata — se cioè i professionisti continuassero a pagare per strumenti integrati, affidabili e difendibili dal punto di vista legale, usando l’IA dentro la suite anziché al posto della suite — il riprezzamento al rialzo potrebbe essere altrettanto brusco di quello al ribasso. Restano, naturalmente, i rischi macro che nessun bilancio aziendale può neutralizzare: un’inflazione americana che non rientra, una BCE costretta a proseguire i rialzi, un conflitto in Medio Oriente che tiene alti i prezzi dell’energia. In quel mondo, anche i migliori fondamentali faticano a trovare compratori.

Prospettive: il conto è arrivato, il saldo non ancora

Che cosa resta, alla fine di una settimana così densa? Resta un mercato che ha cambiato la domanda d’esame. Per due anni la domanda è stata «quanto sei esposto all’IA?»; da questa settimana è «quanto ti costa l’IA, chi la paga e quando rende?». Oracle ha risposto con numeri di crescita straordinari e una struttura finanziaria che richiede fiducia: 70 miliardi di investimenti, 40 miliardi di finanziamenti da raccogliere, una vendita di azioni da 20 miliardi e un cliente che vale più di metà del portafoglio ordini. Adobe ha risposto con un trimestre record che il mercato ha rifiutato di credere sul futuro. In mezzo, una BCE tornata ad alzare i tassi e un’inflazione americana al 4,2% hanno alzato l’asticella per chiunque viva di promesse a lunga scadenza.

I prossimi segnali da osservare sono chiari. Il debutto odierno di SpaceX al Nasdaq dirà se l’appetito per le grandi storie di crescita resiste al nuovo costo del capitale. Le condizioni a cui Oracle collocherà i suoi 40 miliardi di finanziamenti misureranno la fiducia del mercato obbligazionario nel modello dei data center a leva. E i prossimi trimestri di Adobe — in particolare la traiettoria di quei 500 milioni di ricavi «AI-first» — diranno se la disruption è una tassa o un dividendo. Per l’investitore, italiano o meno, la lezione di questi giorni non è abbandonare il tema dell’intelligenza artificiale, ma distinguere con più rigore tra chi quell’onda la cavalca con la cassa degli altri e chi la finanzia con la propria. Il conto dell’IA è arrivato sul tavolo di Wall Street. Come ogni conto importante, non dice chi ha mangiato meglio: dice solo chi può permettersi di pagarlo.

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Daniel Herzog
AUTORE

Daniel Herzog

Fondatore di Butterfly Market Insider

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