La chiusura dello Stretto di Hormuz è ormai entrata nel secondo mese e l’economia globale comincia a sentire tutto il peso di quella che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito la “più grande interruzione di approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero mondiale”. A cinque settimane dall’avvio, il 28 febbraio, dell’Operazione Epic Fury da parte delle forze statunitensi e israeliane, la situazione si è evoluta da crisi geopolitica a crisi economica — con conseguenze che probabilmente perdureranno a lungo dopo che l’ultima petroliera tornerà ad attraversare lo stretto.
Vediamo a che punto siamo, cosa ci dicono i dati e cosa dovrebbero monitorare gli investitori nelle prossime settimane.
I numeri: dove siamo adesso
Il greggio Brent si attesta a circa 109 dollari al barile a inizio aprile 2026, dopo aver toccato un picco di 126 dollari a metà marzo. L’andamento è stato volatile — un’impennata del 77% dai 71 dollari di fine febbraio, seguita da brevi ribassi su voci di cessate il fuoco, a loro volta seguiti da nuovi rialzi al fallimento dei negoziati. Il WTI ha persino superato a tratti il Brent, scambiando sopra i 111 dollari, una rara anomalia strutturale che riflette un’acuta scarsità fisica di offerta sul mercato interno statunitense.
Il quadro dell’offerta è netto. La produzione petrolifera del Golfo è scesa di almeno 10 milioni di barili al giorno dalla chiusura dello stretto. L’IEA ha coordinato un rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche — il più grande della storia — ma gli analisti stimano che ciò garantisca circa da quattro a sei settimane di margine prima che le riserve si esauriscano in modo critico. Ci stiamo ora avvicinando a quella soglia.
Oltre al greggio, la crisi si è propagata ai mercati delle materie prime contigue. I prezzi spot del GNL in Asia sono saliti di oltre il 140% dopo che l’Iran ha colpito il complesso di Ras Laffan in Qatar il 18 marzo, mettendo fuori uso il 17% della capacità produttiva del Paese. Le stime di riparazione vanno dai 3 ai 5 anni. Gli stoccaggi di gas europei sono al 30% della capacità dopo un inverno rigido — il livello post-invernale più basso a memoria recente. I prezzi dei fertilizzanti sono saliti del 15–20%, con la regione del Golfo che rappresenta circa un terzo delle esportazioni mondiali di urea.
La reazione del mercato azionario
I mercati azionari globali hanno reagito con sorprendente moderazione, data la portata dell’interruzione. L’S&P 500 cede circa l’8% da inizio anno, con il settore energetico come notevole eccezione — i titoli energetici hanno guadagnato il 15–20% dall’inizio del conflitto. Questa relativa calma riflette due ipotesi di mercato: primo, che il conflitto si risolverà nel giro di settimane anziché di mesi; secondo, che l’economia statunitense sia sufficientemente al riparo dalla dipendenza dal petrolio mediorientale da evitare la recessione.
Entrambe le ipotesi sono sempre più messe in discussione. Goldman Sachs ha alzato al 30% la probabilità di recessione per il 2026. Il rendimento del Treasury decennale è salito al 4,46%, il massimo da luglio 2025, riflettendo timori inflazionistici più che ottimismo sulla crescita. Il tasso sui mutui trentennali ha raggiunto il 6,38% a fine marzo, esercitando ulteriore pressione sul mercato immobiliare.
La divergenza tra mercati azionari e mercati delle materie prime è un segnale d’allarme. I mercati petroliferi stanno prezzando un’interruzione prolungata. I mercati azionari stanno prezzando una soluzione. Uno dei due si rivelerà in errore.
La scacchiera geopolitica
La situazione diplomatica resta fluida ma sostanzialmente in stallo. Il presidente Trump ha alternato minacce di “ridurre l’Iran in polvere” ad aperture al negoziato. La sospensione degli attacchi statunitensi contro le infrastrutture energetiche iraniane, che scade il 6 aprile, rappresenta un punto di svolta cruciale.
L’Iran, da parte sua, ha fatto sapere tramite alti funzionari di voler mantenere il controllo sullo Stretto di Hormuz anche dopo un cessate il fuoco. Teheran considera lo stretto un asset strategico — non una merce di scambio da cedere in cambio della fine delle ostilità. Questa posizione, se mantenuta, modificherebbe in modo permanente il calcolo del rischio per i mercati energetici globali.
Un gruppo di mediazione composto da quattro nazioni — Pakistan, Turchia, Arabia Saudita ed Egitto — ha proposto un quadro che prevede una riapertura graduale dello stretto, ma né Washington né Teheran ne hanno ancora accettato i termini.
Cosa monitorare: le prossime due settimane
Tre catalizzatori determineranno probabilmente la direzione dei mercati nel breve termine.
Primo, la riunione OPEC+ del 5 aprile — la più importante dalla formazione dell’alleanza — affronterà la questione se aumentare la produzione per compensare l’interruzione di Hormuz. A marzo il cartello ha concordato di aggiungere 206.000 barili al giorno, un incremento modesto che incide a malapena sul deficit di 10 milioni di barili.
Secondo, la scadenza il 6 aprile della sospensione degli attacchi statunitensi chiarirà se Washington intende intensificare le operazioni militari contro le infrastrutture energetiche iraniane, incluso l’impianto di esportazione petrolifera dell’isola di Kharg.
Terzo, il ritmo di esaurimento delle riserve strategiche diventerà sempre più rilevante. Gli analisti di BCA Research stimano che entro metà aprile le perdite di approvvigionamento raddoppieranno a circa 10 milioni di barili al giorno, quando le misure tampone perderanno efficacia.
Implicazioni per il portafoglio
Per gli investitori, il messaggio chiave è che la volatilità non è una condizione temporanea — è la nuova normalità per almeno il prossimo trimestre. L’esposizione all’energia resta la copertura più diretta contro ulteriori interruzioni. L’oro, salito sopra i 4.500 dollari, continua a fungere da bene rifugio geopolitico.
La posizione più pericolosa in questo momento è la compiacenza. I mercati hanno una ben documentata tendenza a sottovalutare i rischi di coda finché non si materializzano. Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso da oltre un mese. Le riserve strategiche che hanno attutito il colpo si stanno esaurendo. E la via diplomatica verso una soluzione resta stretta e incerta.
I dati sono chiari. La domanda è se gli investitori stiano ascoltando. Monitora il sentiment di mercato attuale con il Fear & Greed Index di BMInsider.
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